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"La vera arte è dove nessuno se lo aspetta, dove nessuno ci pensa né pronuncia il suo nome. L’arte è soprattutto visione e la visione, molte volte, non ha nulla in comune con l’intelligenza né con la logica delle idee." Jean Dubuffet
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maurizio baldrini efro efreo tecnica mista su carta 1987 cm 35x50 pezzo unico disponibile la grafica surreale e selvatica lega questo pezzo all'arte brut al graffitismo metropolitano e alla transavanguardia neo espressionista Art brut Sul finire della seconda guerra mondiale, in una Europa dolente di tragedie, l’arte si volse a privilegiare le energie primarie del gesto, la forza magmatica della materia, i liberi istinti creativi. Fu la stagione dell’Informale, che connotò gli anni Cinquanta nel mondo. In quel clima un artista francese, Jean Dubuffet, raccogliendo l’eredità storica del surrealismo - espressionismo, si volge a collezionare disegni di bambini e di malati di mente. Nel 1947 ne organizza una mostra a Parigi, e definisce quella esperienza spontanea e incontrollata “art brut”, ovvero “grezza”, “bruta”. Nel contempo egli stesso dipinge quadri che parafrasano le immagini scaturite da simili primitivi impulsi in assenza di cultura e di regole, così come i graffiti sui muri, le scritte nei vespasiani, i disegni delle caverne. L’Art Brut diviene così un movimento con le sue teorizzazioni (raccolte nei “Cahiers de l’art brut”) e i suoi seguaci. Il capofila è ovviamente Dubuffet. Ma vi aderiscono artisti di spicco, come Appel, Jorn, Alechinsky, Corneille, Constant, a loro volta esponenti del gruppo nord-europeo “Cobra”, acronimo delle loro città, Copenaghen – Bruxelles - Amsterdam. L’Art Brut ebbe vita breve. Un suo museo, che conserva anche la collezione di Dubuffet, è sorto in Svizzera, a Losanna.  maurizio baldrini surreale urbano tecnica mista su tela 1987 pezzo unico disponibile
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Transavanguardia Quando, sul finire degli anni ’70, l’arte occidentale avvertì la necessità di ritrovarsi nelle strutture della tradizione, tra l’ironia e il disincanto, si sviluppò una vasta schiera d’autori vincolata ad una determinazione seducente, alla violenta ansia di recuperare l’ordine della pittura di narrazione. I protagonisti di questo nascente movimento furono Sandro Chia, Francesco Clemente, Enzo Cucchi, Mimmo Paladino, Nicola De Maria e il primo Mimmo Germanà. Cercano, soprattutto, di riallacciare un rapporto con l’arte italiana degli inizi ‘900, con la metafisica di De Chirico e di Carrà, con De Pisis, Sironi, Scipione ed altri come Tamburi e Viani. Seguiti con interesse da Achille Bonito Oliva e appoggiati dal mercante Emilio Mazzoli, raggiungono in pochi anni un significativo successo negli ambienti internazionali, dove i territori d’arte cari alla Transavanguardia, movimento compiuto, si delineano perfettamente nel ricongiungimento ad una tradizione italica, ai luoghi tipici della pittura e del suo spazio immaginario, alla libertà di riusare, citare e rendere omaggio alle tracce sensibili dell’eredità artistica italiana. Vengono recuperati, appunto, i soggetti classici dell’arte, la natura in particolar modo. Clemente con il suo genere allucinato, grandioso e puerile; Palladino, perduto in una sovrastruttura arcaica e favolistica al tempo stesso; entrambi, allo stesso modo, rappresentanti di uno sguardo che trova nel vuoto e nell’infinito tutto il piacere della propria insufficienza, che può esprimere catarsi solo davanti alle magnifiche sproporzioni del mondo Graffitismo di New York Negli anni in cui Dubuffet svolgeva le sue ultime serie il fenomeno del graffitismo divampava in pieno nei grandi centri urbani, a cominciare da New York, per opera di una folla di anonimi operatori, degni seguaci dell’Art Brut, che si sentivano intimoriti dalle superfici asettiche presentate dal volto delle metropoli (pareti monocrome, vagoni dei treni o dell’underground immacolati). Si trattava di una penosa forma di vuoto, di astinenza cromatica, che occorreva riempire con una vegetazione lussureggiante di segni, però non barbari né primitivi come quelli dei graffitisti di altri tempi, bensì intonati a una civiltà dei consumi e quindi pronti a sfruttare sia le scritture pubblicitarie sia le immagini-mito dei fumetti. Alcuni giovani artisti colti e raffinati capirono quale opportunità veniva data da questi suggerimenti spontanei, proprio come Dubuffet, nel ’40, aveva raccolto la lezione dei del genere vale prima di tutto per due protagonisti,JeanMichelBasquiat (1960-1988) e Keith Haring (1958- 1990), nati da buone famiglie e passati attraverso studi regolari, ma decisi a mescolarsi tra le schiere dei graffitisti da strada, fino a condividerne l’esistenza tumultuosa, dedita alla droga, così da venirne "bruciati verdi". Li seguirono, e sono tuttora al lavoro, giovani colleghi quali Donald Baechler (1956), James Brown (1951), Futura Duemila (1955), Kenny Scharf (1958) che come loro riescono a fondere bene la lezione selvaggia dei disegnatori di strada con le esigenze di un raffinato codice estetico. Questa mostra propone una antologia essenziale dell’opera di questi personaggi onde costituire una degna scorta a Dubuffet, anche per confermare un’ideale discendenza dall’uno agli altri, e un destino comune, di chi raccoglie il suggerimento proveniente dal basso, ma lo filtra secondo le esigenze del'arte fino a farne un prodotto eccellente. Graffittismo oggi I grandi esempi forniti da Dubuffet e dai suoi emuli di New York non si possono affatto considerare come dei casi isolati, quando anzi un graffitismo colto e consapevole potrebbe essere il punto di confluenza di tanti artisti oggi attivi in ogni parte del mondo. Si sa che le varie amministrazioni urbane sono scosse dagli interventi anonimi stesi infaticabilmente su muri e vagoni, fino a minacciare pesanti interventi punitivi nei confronti dei loro autori. Ma a questo modo non si tiene conto di un grande bisogno spontaneo di massa, che consiste proprio nel riempire i vuoti voluti da un’estetica "modernista", troppo convinta che l’ornamento sia un delitto e che "meno si fa, meglio è". Oggi, in una condizione sociale che si dice postindustriale e postmoderna, si ricerca invece dappertutto una qualità di vita ispirata alla pienezza, piuttosto che al vuoto e alla rinuncia. D’altra parte è pur vero che il graffitismo di strada è spesso rozzo e ripetitivo. Converrà allora stabilire dei laboratori in cui giovani avveduti possano sperimentare le opportune soluzioni decorative, per i nostri spazi pubblici. Questa sezione della mostra intende proprio offrirsi come uno di questi laboratori esemplari, chiamando ad animarlo dieci giovani artisti selezionati da paesi di grandi tradizioni: due statunitensi, Santiago Cucullu e Erik Parker, due francesi, Pascal Broccolichi e Marc Chevalier, un tedesco, Stefan Hirsig, un canadese, Jay Wilson, e infine quattro italiani, Rossana Campo, già nota come brillante romanziera, Maurizio Cannavacciuolo, Michele Chiossi, la coppia Monica Cuoghi e Claudio Corsello. Si potrà notare come le soluzioni proposte da ciascuno di questi artisti siano originali e personalizzate al massimo, offrendo così la garanzia che se un’impresa di pubblica ornamentazione fosse affidata ad essi, o a loro colleghi di uguale valore, i risultati sarebbero vivaci, stimolanti, lontani dalla ripetizione standardizzata che è attualmente il limite del graffitismo da strada.
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