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poesia concreta
 colleziona arte contemporanea

 

 

 poesie concrete baldrini

 

LA MOSTRA

Il Futurismo

L’esposizione si apre con le prime, importanti “sperimentazioni letterarie” del Futurismo. Dalle ben note parole in libertà, nate dalle febbrili divagazioni poetiche di Filippo Tommaso Marinetti, Francesco Cangiullo e Giacomo Balla, alla sonorità lirica dell’onomalingua di Fortunato Depero, fino alle composizioni pittoriche contaminate con il collage di Gino Severini, Ardengo Soffici e Carlo Carrà.
In mostra anche il celebre studio a tempera del 1910, "Gli uomini" di Umberto Boccioni, precoce esercizio di pittura e scrittura insieme.


Dada e Surrealismo

Le invenzioni del Futurismo, negli anni successivi, s’intrecciano con la ricerca linguistica e poetica dadaista di Raul Haussman, Francis Picabia e Tristan Tzara, e con i ready-made e i livre-objet di Marcel Duchamp e Man Ray. Nei collages di Kurt Schwitters la carta entra in contatto con i materiali del quotidiano per raggiungere nell’opera un effetto plastico. Il movimento surrealista è presente in mostra con alcuni lavori di Andrè Masson, di Maurice Henry, e con due disegni di René Magritte.


L’avanguardia russa

Negli anni Venti, la forma e la composizione della parola hanno avuto in URSS un ruolo importante, recuperando soprattutto nella sperimentazione tipografica di propaganda le straordinarie premesse dell’avanguardia costruttivista. Sono in particolare i libri e i manifesti che diventano il luogo privilegiato di questa sperimentazione. Tra i più significativi esempi ricordiamo gli esiti artistici contenuti nei testi di Vladimir Majakowskij, di cui sono presenti in mostra ben 13 esemplari, tra riviste e volumi.


La forma della parola

Nelle sperimentazioni delle avanguardie storiche affondano le radici dell’indagine sulla relazione tra parola e immagine, che si afferma definitivamente dalla seconda metà del ’900. Per gli artisti della poesia concreta, operanti dagli anni Cinquanta, tale indagine mette in risalto le possibilità compositive e visive offerte dai caratteri tipografici, come nelle opere di Carlo Belloli, Eugen Gomringer, Augusto e Haroldo de Campos, Heinz Gappmayr, Arrigo Lora-Totino.

Rivoluzione in parole

Per i rappresentanti della poesia visiva, attivi dal 1963 e legati da un sodalizio al movimento letterario neoavanguardistico “Gruppo 63”, l’utilizzo di elementi verbali e iconici provenienti dai mass-media, veicola messaggi di denuncia politica e sociale.
Questa “Rivoluzione in parole” è documentata con opere di Ketty La Rocca, Lucia Marcucci, Eugenio Miccini, Nanni Balestrini, Lamberto Pignotti, Sarenco, Ugo Carrega, Martino Oberto e Jochen Gerz, di cui è presente una fotografia del 1990.


Parole in gioco

Di diversa natura sono altri movimenti artistici, sempre legati al mondo della comunicazione di massa. È il caso dei New Dada, della Pop Art e del Nouveau Réalisme, dell’esperienza italiana di Mimmo Rotella e Mario Schifano e, a partire dagli anni Ottanta, della scrittura metropolitana di Jean Michel Basquiat.
Dalle loro “scorribande” nell’universo dei marchi e dei simboli inossidabili della storia del consumismo mondiale – dai “combine paintings” di Robert Rauschenberg, alla serie delle Campbell Soup di Andy Warhol, agli assemblaggi trash di Arman – nasce quello che è stato definito il social criticism, che riflette sulla falsa morale dell’uomo contemporaneo. Meno impegnati ideologicamente i pittori americani, più politicizzati gli artisti europei.


Parola e azione

Sarà il fenomeno artistico transnazionale di Fluxus (1961) a confermare l’interdisciplinarietà dei linguaggi dell’arte, che trova massima espressione nell’assemblage di materiali e parole, di cose e segni, capaci di intercettare l’esperienza della vita quotidiana nel suo flusso incessante. Da un campo di indagine così ampio derivano esiti molteplici: dalle contaminazioni musicali di John Cage e Giuseppe Chiari, alla sottile ironia delle frasi dipinte di Ben Vautier, alle accumulazioni di materiali di Dieter Roth, fino alle operazioni di forte connotazione politica di Joseph Beuys.
Dell’artista tedesco, in particolare, saranno in mostra due lavagne realizzate in occasione della performance eseguita a Perugia nel 1980, alla presenza di Alberto Burri. L’intera creazione delle opere si può rivivere in mostra attraverso un video che la documenta.


Calligrafia

Particolarmente interessante è il capitolo in cui parola, scrittura e pittura si combinano come pura manifestazione del gesto artistico, come avviene nelle opere di Cy Twombly, in cui il segno, la scrittura, il graffito si caricano di suggestioni pittoriche, e in quelle di Gastone Novelli, che possedeva un’innata sensibilità per la pittura–scrittura emozionale, guidata dal ritmo di poetiche scansioni cromatiche.


Parola e pensiero

Nell’arte concettuale, fin dai primi anni Sessanta, il rapporto dialettico con la scrittura ha un ruolo fondamentale: l’arte non è più specifica materialità, ma principalmente idea e pensiero. L’azione creativa si appropria della pratica del linguaggio, trovando compiuta espressione nell’elaborazione di tesi o nell’enunciazione di un metodo. La tautologia, ovvero l’enunciazione di “verità assolute”, di Joseph Kosuth e il rigore espressivo di Lawrence Weiner si confrontano con l’ironia di Piero Manzoni, con l’azzeramento poetico e politico di Vincenzo Agnetti, con i calembours di Bruce Naumann; e ancora con la classificazione di segni e parole di Alighiero Boetti e con le Picture/Readings dell’artista americana Barbara Krüger.
È una realizzazione site-specific la stanza contenente le tre opere di Giulio Paolini “Dove”, “Lo spazio” e “Qui”. Questo ambiente, concepito nel 1967, sarà allestito per la prima volta dall’artista secondo il progetto originario. In questa sezione sono presenti anche un intervento a parete di Robert Barry, e una scrittura al neon di Maurizio Nannucci.


Narrazione

Il movimento artistico internazionale degli anni Settanta “narrative art” combinava fotografia e testo, registrando frammenti di vita quotidiana realmente accaduti o solo immaginati. I rappresentanti storici di questa corrente, come Bill Beckley e Franco Vaccari, sono messi a confronto in mostra con artisti contemporanei come Sophie Calle. Quest’ultima – che ha rappresentato la Francia alla Biennale di Venezia 2007 – utilizza testi e scatti fotografici per raccontare esperienze vissute in prima persona, o da altri, giocando con la realtà e l’immaginazione.


La parola negata

Quello della parola negata – assente pur essendo sottintesa, oppure illeggibile – costituisce un filo rosso nel variegato ambito delle ricerche verbovisuali della seconda metà del ’900.
La forte carica simbolica del libro ha fatto sì che molti artisti lo abbiano scelto come mezzo per comunicare l’assenza di narrazioni possibili. L’opera "L’Enciclopedia Treccani cancellata" di Emilio Isgrò viene, in questa occasione riallestita interamente, dopo la sua presentazione nel 1970. Il contenitore per eccellenza del sapere umano è meticolosamente cancellato da Isgrò in ogni sua parte, con l’eccezione di poche parole, che si impongono all’attenzione del lettore suggerendo personali interpretazioni.
È di Bruno Munari il "Libro illeggibile n° 12", (1951), uno dei primi realizzati dall’autore. Creato in prima persona, il volume è composto da carte di spessore e colore differenti, che Munari ritaglia, incolla e cuce, senza mai usare parole scritte.
Presenti anche nove Scritture illeggibili di popoli sconosciuti, del 1975: ideogrammi immaginari eseguiti su tabulati di computer, e creati imitando il segno grafico della scrittura araba e cinese.


Nella ricerca artistica contemporanea sembra ancora più forte il legame tra parola e immagine.
La contaminazione dei generi si espande in maniera trasversale e interessa tutte le modalità di sperimentazione, senza barriere, come era avvenuto nella prima metà del secolo scorso. La mostra documenta con una serie di opere significative questo capitolo ricchissimo, mettendo al centro della ricognizione nel contemporaneo una molteplicità di esperienze di artisti tra loro assai diversi, per i quali la parola costituisce non un esercizio casuale, ma un elemento fondante della loro stessa poetica: Shirin Neshat, Ghada Amer, Thomas Hirschhorn, Raymond Pettibon e Moshekwa Langa usano la scrittura per mettere in rilievo problematiche culturali e politiche; Tacita Dean utilizza un approccio poetico per evocare la dimensione del ricordo e del passato; Tracey Emin mette a disagio l’osservatore usando un testo scioccante per provocare emozioni. In mostra i tre volumi di "Encyclopaedia Utopia", 1990, di Nedko Solakov, Leone d’oro alla Biennale di Venezia 2007, in cui testi, disegni e fotografie, sono ordinati secondo le voci di una catalogazione immaginaria, che fa convivere fantasia ed esperienze personali.

Molte delle opere in mostra dialogano con gli spazi espositivi, da un lavoro del 2005 di un’artista come Jenny Holzer, a quello di Joe Amrhein del 2002, dalla grande installazione realizzata per il Mart nel 2006 da Douglas Gordon, alle parole che “bucano” lo schermo di Jan Mankuška; dai giochi di parole di Kay Rosen, all’ironico decalogo dei due artisti austriaci Fischli & Weiss "How to work better", 1991-2007. Questa particolare opera apparirà in diverse zone del Mart non destinate alle esposizioni: dalla caffetteria, alle toilets, al garage, agli uffici. E’ un decalogo di “consigli per lavorare meglio” che ha l’obiettivo di suggerire un’ambiguità tra funzioni espositive e lavorative degli spazi del museo.

La parola coinvolge e affascina ancora le ultime generazioni di artisti. Con approcci e metodologie diverse, è fonte di ispirazione e diventa protagonista del lavoro di Stefano Arienti, Micol Assaël, Monica Bonvicini, Alessandra Cassinelli, Chiara Dynys, Michael Elmgreen & Ingar Dragset, Paolo Gonzato, Scott King, Salvatore Licitra, Marzia Migliora, Sabrina Mezzaqui, Ottonella Mocellin, Sandrine Nicoletta, Nicola Pellegrini, Luca Quartana, Gaston Ramirez, Albrecht Schäfer, David Shringley, Vibeke Tandberg, Enzo Umbaca.




La mostra è realizzata in collaborazione con Museion – Museo di Arte Moderna e Contemporanea Bolzano

LA PAROLA NELL’ARTE. RICERCHE D’AVANGUARDIA NEL ’900
DAL FUTURISMO AD OGGI ATTRAVERSO LE COLLEZIONI DEL MART

 museocoevo

 

 

poesie concrete e testi dissociati

sono una ricerca visiva intrapresa nei primi anni 90

inizialmente chiamavo queste opere "decoscritture"

poi scopri negli anni 2000 la corrente dei poeti  concreti e visivi

tra cui Adriano Spatola, Franz Mon, ai quali sono vicino

 

 

La poesia concreta rappresenta un punto d’arrivo nel percorso che parte da Un coup de dés di Mallarmé, perché questo testo, come ha scritto Accame, “ha fatto letteralmente il vuoto davanti a sé.”

 

 poesia concreta

 

Nel 1956 si tenne a San Paolo del Brasile l’“Esposizione Nazionale di Arte Concreta”: fu in quella occasione che venne proposto il nome di poesia concreta. Con quella denominazione si voleva indicare la dimensione materica della nuova poesia: le parole non venivano più usate per la loro semanticità, per il loro significato, ma per i valori grafici e visivi che potevano assumere. Nei suoi sviluppi la poesia concreta arriverà a operare fin dentro la parola, smontandola e ricomponendola. Questo procedimento risulta ben evidente negli Zeroglifici di Adriano Spatola, che rappresentano una sorta di esplorazione tra le possibilità di usare i frammenti di caratteri, con sezionature verticali o orizzontali, ed eventuali sovrapposizioni di frammenti verbali o parti di parole ‘leggibili’.

 

 museocoevo

 

La poesia concreta, per la sua estrema economia espressiva, si presenta con doti particolari di accessibilità anche per chi non conosce la lingua in cui è scritta, e come movimento di carattere internazionale fu concepita dai primi promotori: Decio Pignatari ed Eugen Gomringer. A proposito del carattere internazionale della poesia concreta, lo stesso Gomringer ha scritto: “Un sintomo significativo della necessità della poesia concreta si riscontra osservando che simili e analoghe forme sono emerse quasi contemporaneamente in Europa ed in America latina e che una analoga forma mentis ha trovato il suo terreno in entrambi gli ambienti. Sono perciò convinto che la poesia concreta comincia a realizzare l’idea di una poesia universale comune.

 

 poesia concreta


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     È forse comunque tempo di rivedere profondamente la concezione, il modo di credere nella poesia e di riesaminare la condizione di una sua funzione nella società moderna”. Comune a tutti gli autori concreti è la persuasione che le strutture grammatico-sintattiche del linguaggio normale non sono più adeguate a sopportare nuovi processi di pensiero e di comunicazione e che a tali novità debbano corrispondere nuovi stili. Ciò comporta altresì un diverso rapporto tra poema concreto e lettore, il quale dovrà ricreare l’atto del poeta nel farsi d’una diversa struttura. 

     

     poetry concrete

     

    La parola nell’arte si inserisce nell’emergere di un rinnovato interesse per lo studio del rapporto tra arte e scrittura da parte di molti musei europei.
    Il Mart vanta a questo proposito il primato di essere stato scelto, già dalla metà degli Novanta, come luogo di conservazione e valorizzazione di alcune tra le più importanti collezioni del settore.
    Lo scopo dell’esposizione è quindi quello di promuovere la conoscenza di un capitolo straordinario della creatività artistica del ’900.
    La parola nell’arte è stata resa possibile grazie al deposito e alle donazioni di opere e di fondi archivistici dedicati alle ricerche verbovisuali conservati nell’Archivio del ’900 del Mart, nelle sue collezioni permanenti, nella sua biblioteca specialistica, tutte opere, queste, giunte al museo in generoso deposito dall’Archivio di Nuova Scrittura di Paolo Della Grazia, dalla collezione Carlo Palli di Prato, dalla Collezione Panza di Biumo, dal Fondo di libri d’artista Dematteis, dalla collezione Bellora di Anna Spagna di Milano, dall’Archivio Tullia Denza di Brescia, dal Fondo Sandretti del ’900 russo, dalla VAF-Stiftung e dalla collezione Sonnabend. Altrettanto importanti i prestiti di privati, come il notevole gruppo di opere provenienti dalla collezione Calmarini, e di istituzioni museali italiane e internazionali.



     

     

    maurizio baldrini poetry concrete

     

     poetry concrete

     

    Decio Pignatari - Beba coca cola

    anni '50-'60
    stampa tipografica,  cm 48 x 48
    Rovereto 
     
     pignatari decio

     

    Beba coca cola" dimostra la forza politica della comunicazione di Décio Pignatari, qui affidata al gioco di parole: il nome commerciale del prodotto, già allora internazionalmente noto e simbolo tutt’oggi del consumismo americano, viene trasformato nel termine “cloaca”, ben comprensibile in tutto il mondo. Qui abbiamo a che fare con una poesia concreta che non si sottrae al messaggio politico diretto.

     

     bruno munari libro illegibile n.1

    1949-52 Libri illeggibili, esemplari unici
    Alla libreria Salto di Milano (11 febbraio 1950) vengono presentati i Libri Illeggibili (libri senza parole che raccontano storie visive attraverso linee, colori, fogli strappati e fogli trasparenti, fili di cotone o altri inserti) che nascono come pezzi unici o riprodotti in piccole tirature.
    Tra i libri in visione si distinguono: Primo Libro, 1949; Punto bianco; Giallo nero bianco si e no; Giallo blu rosso contro grigio e nero; Due in uno; Triste storia con qualche momento allegro; Libro illeggibile n.8, 1951; Libro illeggibile n.12, 1951; Libro illeggibile n.15, 1951. "Questi libri illeggibili sono i primi di un nuovo linguaggio che ha strette parentele con il cinema e la musica e, credo, potranno diventare un giorno un genere, così come a fianco della scultura, le macchine inutili."
    Alberto Mondadori, 1950
    "Questi libri comunicavano qualcosa attraverso la natura della carta, lo spessore, la trasparenza, il formato delle pagine, il colore della carta, la texture, la morbidezza o la durezza, il lucido e l'opaco, le fustellature e le piegature."
    Bruno Munari


     neodada08