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pop art da youtube
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Le decoscritture dentro i piatti preparate per l’estemporanee di Amsterdam (giugno/luglio 2003) simbolizzano chiaramente che noi siamo cio' che mangiamo noi siamo frutto ed elaborazione di come viviamo il dilemma della contraddizione che ci avvolge il non senso regna e governa sovrano guerra si/guerra no-qui lo dico/qui lo nego la sintassi ed i linguaggi dell’ era digitale (vero/falso- 1/0-) Fà si che il mio prodotto servito sui piatti, sia cibo per le nostre misere E confuse coscienze Maurizio Baldrini attendi il caricamento delle immagini
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Pop Art La definizione di Pop Art (abbreviazione di "popular art") nasce negli anni Cinquanta in Gran Bretagna, in seguito all’attenzione che diversi studiosi e artisti (il principale è Richard Hamilton, con Hockney, Black, Tilson, Kitaj) dedicarono ai linguaggi della comunicazione visiva nella società di massa e nella civiltà delle merci. Ma è sul principio degli anni Sessanta che il movimento assume notorietà internazionale grazie ad un gruppo di artisti americani. Essi assumono a base delle loro opere gli oggetti di consumo e le immagini moltiplicate e stereotipate dei massmedia, della pubblicità, dei fumetti. Fra loro, il più famoso è Andy Warhol, che riprese con procedure fra l’impassibilità e l’ossessione seriale, foto di eventi e personaggi della cronaca o marchi commerciali, come la cocacola. Liechtenstein, Oldenburg, Rosenquist, Wesselmann, Segal, Indiana sono altri protagonisti di un fenomeno complesso che segna un’inversione di tendenza nell’arte del secondo Novecento: una figurazione che ricalca – con diverse modalità critiche e inventive – il flusso freddo dell’ immaginario nella società urbana, tecnologica, massificata. Vi concorrono peraltro artisti che muovono da diverse premesse, ironiche ed emozionali (il "new dada"), come il grande Rauschenberg, Johns e Dine.
E' diventato famoso con cozze e curry, predilige l'arte relazionale, performativa e nomadica, le sculture sociali, il distacco zen. Intervista con l'artista thailandese che ha sedotto il gusto del mondo dell'arte.
Il cibo prima di confondersi con l'arte è memoria privata. Per Rirkrit Tiravanija è il ricordo di una casa a Bangkok, immersa nella vegetazione tropicale, in cui la nonna, di professione insegnante ma cuoca per vocazione, sperimentava le sue ricette. E' lì, in quella casa piena di ospiti, tra piante esotiche e odore di curry, che Rirkrit inizierà a maturare l'idea di cibo come pratica sociale che tanto influenzerà il suo lavoro. Nato nel 1961 a Buenos Aires, vincitore nel 2004 dell'Hugo Boss Prize, l'importante premio del Guggenheim Museum di New York, Tiravanija vive oggi tra gli Stati Uniti, l'Europa e la Thailandia. Il successo arriva negli anni Novanta con i primi esperimenti di arte interattiva. Per una mostra a Chicago nel '93 costruisce una cucina dentro una galleria e invita i visitatori a prepararsi da mangiare. Da allora ha cucinato in musei e gallerie in tutto il mondo. Di recente una sua Tea House è stata esposta nel parco di Villa Manin, vicino Udine, nell'ambito della collettiva “Luna Park. Arte fantastica”. La Tea House pensata da Tiravanija è un cubo dentro il quale si può entrare e soggiornare. “Si tratta ancora una volta di uno spazio di condivisione. Ho costruito un cubo sollevato da terra che ha all'interno una cucina e una macchina da caffè”.
DROME: Caffè? Perché offrire caffè in una sala da tè? Rirkrit Tiravanija: Perché il cibo disattende le aspettative. L'arte disattende le aspettative. Arte e cibo non sono mai come ce li aspettiamo. Si entra con un'idea – bere un buon tè – e ci si ritrova nel mezzo di un'altra esperienza.
D: Cucinare dunque come apertura all'altro, al futuro. Il cibo come forma di espropriazione, esperienza improduttiva, dépense? RT: Anche. Io sono buddista e per me è molto importante la nozione di “non attaccamento”. Vivo e voglio vivere nel real time, nel presente in cui le cose accadono. Si cucina e si mangia, si chiacchiera mentre si mangia. Passato e futuro entrano nel movimento di quella comunicazione in divenire, abitano uno spazio comune.
D: Ma il cibo non è anche identità, radici, territorio? RT: Per me è soprattutto contaminazione, spostamento, movimento. Mi misuro con il cibo come mi misuro con lo spazio. Il cibo è il medium del contatto, è il territorio ibrido dell'arte intesa come play and game in life. E' un'attitudine al flusso, uno stare dentro la vita.
D: A proposito di flusso, che peso ha avuto nel tuo lavoro Fluxus, il movimento che negli anni Sessanta ha lanciato la moda degli happening? RT: Fluxus e Andy Warhol sono importantissimi per il mio lavoro. E' in quel periodo che si inizia a scardinare una concezione statica del fatto artistico e la quotidianità irrompe nell'opera, l'arte si confonde con la vita. Né lo spazio, né il tempo sono concetti statici. Non mi interessa l'astrattismo concettuale.
D: L'arte come la vita. Ma ha ancora senso questa desacralizzazione dell'estetica, la sua riduzione a fatto quotidiano? RT: L'arte è nell'interazione. Ho offerto cibo nei musei e nelle gallerie di tutto il mondo. L'opera non è mai qualcosa di esterno. Si entra nell'opera, come si entra nella Tea House. Si può soggiornare nell'opera, esserci dentro. La tea room è pensata all'interno di un parco giochi, di un luogo di divertimento. Divertirsi è anche ribaltare le aspettative, capovolgere le attese, stupire. L'arte è vicina alla vita in questa sua capacità di consegnarsi al caso, all'imprevisto. In questo senso il mio cubo è pensato come luogo del futuro.
D: Per questo ti sei messo in viaggio da Berlino a Lione cucinando lungo la strada? RT: Bon Voyage era un'opera nomade di cibo e strada. Con Franz Ackermann ci fermavamo a cucinare lungo il tragitto invitando la gente a mangiare i nostri piatti ma anche a cucinare in prima persona. Siamo partiti in macchina con un fornello e tre videocamere. Il resto era legato alla casualità degli incontri.
D: A Madrid giravi con un fornello montato su una bicicletta ma non hai incontrato molte persone... RT: Fa parte del gioco. Anche questo vuol dire to be in the moment...
D: Noi diciamo cogliere l'attimo, che è diverso da vivere nell'attimo. RT: Per me vale l'idea del distacco. Il distacco non ha niente a che vedere con il possesso. Non ci si appropria del tempo, come non ci appropria del cibo. Il cibo è apertura all'imprevisto.
D: Oggi che cosa hai cucinato? RT: Spaghetti al nero di seppia, il mio piatto forte. Ma quando sono in Italia mangio di tutto.
di Raffaella De Santis tratto da www.undo.net |
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L’anticipazione del Baldrini potenzia il modo di comunicare, nei suoi lavori sulla ricerca della decostruzione delle parole e sul proponimento di un linguaggio senza parole, dove l’utilizzatore/fruitore è solo davanti a caratteri tipografici mutilati, manipolati, fatti rivivere come linguaggio dell’inconscio con un codice (password) da possedere per capire, per entrare e rifiutare che si vive in un mondo di parole, (senza valore)dove tutti fanno parole, politici europei, nostrani, mondiali, holding, banche, industrie. In sintesi IL POTERE della comunicazione alle forze non comunicative con il singolo
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